Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Ciao Darwin 7, la recensione: se a parlare fosse…

ciao 2Quante parole spese in queste settimane su Ciao Darwin, uno dei pochi programmi che dopo diciotto anni riesce ancora a dividere il pubblico: chi ne critica i toni tacciandoli di eccessiva volgarità e chi invece ne elogia la leggerezza, quasi una dote in una televisione che oggi sembra aver disimparato a prendersi poco sul serio. Tante voci, tanta confusione. Vediamo di fare chiarezza.

Se a parlare fossero i contenuti, sarebbe difficile andare oltre le categorizzazioni trash – qualità, come accaduto in queste settimane. Ma esistono anche vie di mezzo. Che Ciao Darwin sia continuamente ingabbiato nel limbo tra sensualità e volgarità, non lo dicono tanto le inquadrature su lati B, perizomi o pettorali, come molti sostengono, quanto l’insistenza nel proporle. O anche certe coreografie, doppi sensi e sexy siparietti, volutamente provocanti per saziare l’appetito voyeurista dei telespettatori.Ma Ciao Darwin sa anche essere “diversamente provocante“, anche se forse lo dimostra troppo raramente. Come nella puntata su italiani e stranieri, in cui una ragazza cinese è scoppiata a piangere ripensando ai pregiudizi subiti a causa dei suoi lineamenti. Indipendentemente da come la si pensi (e dalle parole di Paolo Bonolis) è indubbio che tale momento induca il telespettatore a farsi un’opinione in merito, a discuterne con chi si sta guardando la puntata insieme a lui. Molto più di certi talk-show che affrontano le stesse tematiche. Peccato che in un clima di gioco, questo aspetto sembri passare inosservato rispetto alla carrellata di fisici scolpiti e alle impensabili gaffe dei concorrenti. Anche perché questo suo essere “diversamente provocante” dovrebbe e potrebbe essere la vera forza di Ciao Darwin.

Se a parlare fosse l’idea, bisognerebbe ammettere lo stato di assopimento in cui versa la nostra televisione. Se un programma torna dopo sei anni di pausa senza alcun cambiamento (la struttura è rimasta pressoché invariata rispetto alla sesta stagione) e continua a riscuotere un grande successo, vuol dire che gli autori hanno confezionato uno show capace di intercettare i gusti del pubblico con una certa lunghezza d’onda. Ma è anche il segno che in questi anni la tv generalista è rimasta ferma a ricalcare ciclicamente gli stessi schemi, senza sperimentare.

Se a parlare fosse il linguaggio, direbbe che riportare masse di giovani davanti alla generalista è possibile. Basti pensare che in quella fascia Ciao Darwin lo scorso venerdì ha raggiunto addirittura il 50% di share. Con una formula leggera, che nella sua semplicità riesce a conciliare bene la televisione con il web e i social network puntando su diversi elementi: il bonario sberleffo dei concorrenti, bersagli più o meno consapevoli dell’ilarità, talvolta eccessiva, del popolo della rete (ma anche del conduttore), il voyeurismo insito in alcuni siparietti, come le passerelle. Dietro un efficace lavoro di casting, fondamentale per un programma che si pone questi obiettivi.

Insomma, nei suoi diciotto anni Ciao Darwin è riuscito a mantenersi fresco, anche perché ha saputo dosarsi nel tempo e farsi attendere dai telespettatori, scongiurando così il rischio di un effetto di saturazione: no, quelli dietro Ciao Darwin non sono tutti matti.

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