Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Rischiatutto: la recensione

rischiatuttoParadossale che il Rischiatutto torni in un momento in cui è particolarmente evidente che la televisione, in preda a un perforante immobilismo (e probabilmente anche a una scarsità creativa), non abbia più voglia di rischiare. Piuttosto che scommettere su titoli nuovi, preferisce puntare quasi allo sfinimento su format ormai usurati o rispolverare dal passato alcuni classici, senza preoccuparsi minimamente di rinverdirli.

Qui si colloca anche l’operazione del remake del Rischiatutto, di cui ieri sera è andato in onda il primo atto. Che il 30% di share ottenuto sia merito della curiosità, dell’effetto nostalgia o più semplicemente della presenza di un’ospite come Maria De Filippi, che di certo ha traghettato il suo pubblico verso il quiz (e il riscontro tanto positivo quanto inaspettato ottenuto nel target commerciale e tra i giovani lo dimostra), ce lo diranno i futuri appuntamenti, quando l’eco si sarà attenuata e il format sarà riproposto nella sua essenza basilare, privo cioè di fronzoli e con concorrenti sconosciuti. La puntata di questa sera, pur avvicinandosi, non può rientrare in un’analisi obiettiva perché conta sulla partecipazione di Fiorello, che può già considerarsi di per sé un catalizzatore di ascolti.

Ma il debutto di ieri sera qualcosa già ci dice. Ad esempio che la sfida più difficile, quella di conciliare i tempi televisivi degli anni Settanta, quando il Rischiatutto è nato, con quelli di oggi, non è stata superata: qualche lungaggine di troppo ha infatti impedito al programma di riuscire a mantenersi sempre su un buon ritmo e la competizione, in termini di pathos, ne ha risentito.

E poi ci dice anche quanta poca attenzione sia stata riservata a quei telespettatori più giovani che hanno potuto approcciarsi al Rischiatutto solo attraverso le parole dei genitori o dei nonni. Persosi in una dimensione fortemente malinconica, legata alla figura di Mike Bongiorno e valorizzata da buoni effetti registici (i passaggi dal bianco-nero al colore, dal formato in quattro terzi al sedici noni), il Rischiatutto 2.0 non si è preoccupato di spiegare efficacemente meccanismo e regole principali del quiz, quasi dando per scontato che il pubblico sintonizzato su RaiUno già li conoscesse. Quasi come se non fossero passati quarant’anni.

Infine ci dice quanto il format, costruito intorno allo stile di Mike Bongiorno, necessiti di una conduzione ritmata e rigorosa, piuttosto lontana da quello di Fabio Fazio. Probabilmente altri conduttori ci si sarebbero potuti avvicinare con più efficacia, contribuendo anche a dare maggiore slancio al quiz.

Due invece i punti forti: la scenografia,  nella sua semplicità (e nei suoi quarant’anni di vita) molto più funzionale di alcuni sfarzosi allestimenti contemporanei. E Matilde Gioli, piuttosto adeguata nei panni che vestì Sabina Ciuffini, quelli della valletta parlante, un ruolo che nella tv di oggi potrebbe apparire superato. Anche se in tempi di vintage televisivo forse sarebbe meglio non dirlo.

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