Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Io non mi arrendo: la recensione

inmaUna storia particolarmente forte come quella di Roberto Mancini (qui i dettagli), l’ispettore che per primo indagò sulla Terra dei Fuochi, meritava di essere raccontata con più grinta. Almeno tanta quanta l’indignazione che i fatti trattati continuano a suscitare ancora oggi .

In Io Non Mi Arrendo invece qualche sentimentalismo di troppo toglie spazio a una più completa ricostruzione del crimine perpetrato in quelle zone per anni. La narrazione corre in parallelo su due binari. Da una parte la difficile inchiesta, i tentativi di sabotaggio, le prese in giro da parte dei tanti che ancora non credevano si potesse fare cassa sulla “monnezza”. Dall’altra il privato di Marco Giordano, il personaggio ispirato a Mancini: l’incontro con la futura moglie, il matrimonio in Polonia, la nascita della figlia. Due filoni che si dividono equamente il tempo della narrazione. Ma la sensazione è che sul secondo ci si soffermi un po’ troppo, lasciando il racconto visibilmente sospeso tra due anime.

L’esigenza di semplificare la realtà come richiede il linguaggio televisivo si avverte anche nella delineazione di qualche personaggio. Come quello dell’avvocato Gaetano Russo (Massimo Popolizio), il villain della situazione, talmente sovraccaricato di cattiveria e spregiudicatezza da sembrare eccessivamente romanzato, mentre invece si ispira a una persona reale. Focalizzandosi molto su di lui, fatica a emergere nel dettaglio la rete di responsabilità dietro il traffico di rifiuti tossici.

Gran parte del racconto si appoggia sulla figura di Giordano. Gli rende giustizia Giuseppe Fiorello con un’interpretazione tanto efficace quanto scontata, dal momento che l’attore, dopo Giuseppe Moscati, Salvo D’Acquisto o il giornalista de L’Angelo di Sarajevo, è ormai abituato a vestire i panni di personaggi di grande valore civile. Tra i personaggi di contorno spicca poi Vincenzino (Luigi D’Oriano), che ben incarna il brutale destino a cui sono condannati i bambini nati in quelle terre.

La confezione ricalca quella di altre fiction Rai. Enzo Monteleone, alla regia, non si serve di inquadrature a effetto: segue la sceneggiatura a cui ha collaborato dando rilievo a quei paesaggi malati senza particolari guizzi. D’altronde non ne ha bisogno, perché di per sé dialoghi e interpretazioni riescono comunque a reggere la scena conferendo credibilità all’intero lavoro.

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