Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Storie Maledette: la recensione

smLa prima impressione è che si è aspettato troppo per promuovere in prima serata Storie Maledette, ventidue anni di vita e quattordici edizioni alle spalle (questa è la quindicesima). Certo il timore è più che giustificato: in una televisione che richiede ritmi sempre più veloci, potrebbe essere alquanto azzardato mandare in onda per due ore di continuo una sola intervista.

Lo ha smentito in queste settimane il programma di Franca Leosini dimostrando che davanti a una scrittura particolarmente efficace i tempi televisivi passano in secondo piano. Perché sono pochi i racconti che riescono ad essere così incisivi come quelli che la Leosini porta avanti in ogni puntata.

Non è solo merito della cronaca nera, che nei telespettatori esercita sempre un certo fascino a giudicare dagli ascolti. Ma soprattutto di come la giornalista ci lavora sopra, realizzando un prodotto che non ha eguali nel panorama televisivo italiano. Frutto di mesi di preparazione, che passano attraverso lo studio meticoloso degli atti giudiziari e la stesura dell’intervista con un linguaggio ad effetto, particolarmente ricercato, in cui convivono espressioni quotidiane, citazioni e termini anche desueti. Ormai un marchio di fabbrica della Leosini, a tal punto che i fan sui social (i #leosiners) ne riportano le frasi.

Così fino all’incontro in carcere dove gli status si annullano: davanti alle telecamere non c’è giornalista, nè condannato ma due persone che nel dialogo tentano di esplorare cosa si nasconda dietro la follia di un gesto, la malvagità dell’azione, mentre la verità mediatica e il clamore rimangono fuori dalla porta.

E lì emerge tutta l’abilità della Leosini nel mantenere, con estrema eleganza, il comando dell’intervista senza che l’interlocutore si possa sentire inferiore, né giudicato. O che si possa offendere per il suo modo diretto, quasi tagliente, di porre le domande o le battute sottili.

Adeguatamente montata e arricchita da intermezzi musicali, che contribuiscono a stemperare la tensione sottolineandone però il peso,  l’intervista arriva a casa in tutta la sua potenza, senza la presunzione di smuovere le coscienze. E un’altra storia maledetta è andata.

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