Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Monte Bianco: la recensione finale

monteScalare il Monte Bianco non è poi così facile. RaiDue ci ha provato ma l’esperimento non sembra aver dato i frutti sperati. I suggestivi paesaggi della Valle D’Aosta non sono bastati a convincere il pubblico, forse spiazzato anche da un’evidente difficoltà nell’adattare televisivamente il linguaggio tecnico dell’alpinismo.

Così nelle settimane gli ascolti sono calati rispetto al già tiepido debutto (1.568.000 telespettatori e il 6,38% di share) raggiungendo nella semifinale di lunedì scorso 1.128.000 telespettatori pari al 4,46% di share. Neanche il traino di Pechino Express, a cui il programma è chiaramente ispirato, sembra essergli stato d’aiuto. Sono pochi gli elementi a disposizione di Monte Bianco con cui costruire la narrazione: una volta sdoganata la montagna con i suoi panorami mozzafiato, non resta che affidare al carisma dei concorrenti e alla pericolosità delle prove la capacità di attrarre pubblico.

Ma l’adventure-game alpino non sempre è riuscito ad essere coinvolgente. Impostato prevalentemente sulla competizione, il racconto si è focalizzato sulle presunte scorrettezze di qualche aspirante scalatore e sulle conseguenti antipatie dei suoi compagni d’avventura. Purtroppo però a farne le spese in parte è stato l’aspetto emotivo, fondamentale in un reality-show di cui l’adventure-game è figlio. È innegabile infatti che con l’eliminazione alla prima puntata del personaggio più empatico di tutto il cast, la cantante Arisa, Monte Bianco ne abbia risentito perdendo appeal. Anche perché Arisa è stata l’unica ad essere rappresentata in una chiave piuttosto inedita agli occhi del pubblico che ne ha fatto emergere il coraggio e l’irascibilità, mentre degli altri partecipanti sono stati evidenziati oltre alla temerarietà dei tratti già usciti in altri programmi come ad esempio l’irriverenza di  Filippo Facci, la sofisticatezza di Dayane Mello o l’ironia di Enzo Salvi per citarne alcuni.

Anche nella confezione c’è qualcosa da aggiustare: il montaggio non sempre è riuscito a mantenere il giusto equilibrio tra le varie parti della narrazione, enfatizzando diverse prove che forse avrebbero meritato un’attenzione minore per non risultare pesanti. Qualche perplessità poi sul ruolo di Caterina Balivo, sminuito ulteriormente dall’utilizzo di una seconda voce narrante esterna con la stessa funzione esplicativa che dovrebbe ricoprire lei.

Spettacolari invece le inquadrature, soprattutto durante le scalate, realizzate con droni e altri mezzi sofisticati. Quelle sì che catturano  il telespettatore e lo riescono a portare quasi per davvero sul Monte Bianco.

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