Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

True Detective: le sfide della seconda stagione

True-Detective-wallpapers-4Nuovi personaggi, diversa location e un imprevedibile cambio di regia. Da mesi pubblico e critica attendono al varco la seconda stagione di True Detective per trovare una risposta alle numerose perplessità che le aleggiano intorno.

Prime fra tutte: riuscirà ad essere all’altezza della prima, sorprendente stagione? E ancora: tutti questi cambiamenti radicali, dall’impianto narrativo alla regia, le gioveranno? Unico elemento di continuità tra prima e seconda stagione è Nic Pizzolatto, creatore e autore principale di True Detective. Non poco, se si considera che, a fronte di un soggetto non particolarmente originale (indagini e serial killer abbondano nella serialità americana), uno dei principali motivi del successo della serie è proprio la tipologia di racconto, particolare e ricercata, come in molte produzioni targate Hbo. Merito di sceneggiature curate in modo quasi maniacale, dove anche la battuta più insignificante ha il suo valore e ogni singola scena è pensata, studiata e ripresa in un’ottica funzionale alla complessità del racconto. Ed è impossibile non accorgersene anche per quegli spettatori solitamente meno attenti.

Così, in un continuo gioco di flashback e salti temporali, tutti i fili della trama si riannodano con facilità nel disordine cronologico in cui sono immersi. E lo spettatore, talvolta spiazzato di fronte a certi passaggi poco comprensibili nell’immediato, non può e non riesce a staccarsi dal mondo di True Detective. Un mondo dove non esistono né buoni nè cattivi, ma semplicemente persone, figlie del degrado o del bigottismo e delle loro scelte, giuste o sbagliate che siano. Come quando Marty e Rust fanno irruzione nel covo di Reggie Ledoux: il primo ispeziona l’edificio, apre un portone e la camera stacca sul volto del detective: un mix di stupore e indignazione. Poi altro stacco, fuori dal covo dove Rust tiene Redoux sotto tiro. È un attimo: Marty esce e spara in testa al presunto killer sorprendendo Rust e lo spettatore. Solo dopo si capisce il motivo: dietro quel portone c’erano due bimbi in condizioni disperate. Meritava per questo una fine così atroce Redoux? Sì, no, forse. Ognuno può darsi la risposta che vuole.

Questa è la grandezza di True Detective, che forse, grazie alla presenza di Pizzolatto dietro le quinte, riuscirà a salvaguardarsi anche in questa seconda stagione. Lo stesso per i nuovi personaggi che, se scritti sotto la sua supervisione e interpretati alla grande dallo stellare cast composto (per True Detective 2 ) da Colin Farrell, Vince Vaughn, Rachel McAdams, potrebbero riuscire a non far rimpiangere  Matthew McConaughey, Woody Harrelson e le intense interpretazioni dei loro due detective.

Anche se si sa, per quanto il sequel possa essere all’altezza, la prima stagione è quella che di solito resta sempre più impressa nel cuore dello telespettatore, specie nel caso di quelle serie dette antologiche che cambiano completamente trame e personaggi da una stagione all’altra.

Peccato invece per il cambio di regia che non ha nulla a che vedere con  le modifiche all’impianto narrativo. Lavoro superbo quello di Cary Fukunaga che ha dato al serial un respiro cinematografico: non a caso l’unico Emmy portato a casa dalla serie lo scorso anno è il suo. Intanto per quel fenomenale piano sequenza di sei minuti nell’episodio 1×04 “Who goes there” quando Rust fa irruzione nella casa di alcuni spacciatori. E poi per essere riuscito a rappresentare alla perfezione le lande della Louisiana, dove sono ambientate le vicende della prima stagione, grazie ad un’accurata selezione delle inquadrature e a un’ottima fotografia improntata prevalentemente sui colori verde-oro. Giocando poi con l’alternanza di silenzi e musiche country, stacchi di camera più o meno lunghi, panoramiche e inquadrature dall’alto, Fukunaga ha saputo trasmettere al serial un ritmo molto simile a quello quasi rallentato che scandisce le vite dei cittadini di queste zone di campagna, molto  lontano da quello frenetico tipico delle città. Non si spiega pertanto come quell’intesa con Pizzolatto che ha così ben funzionato un anno fa, e ben evidente nel prodotto finale, si sia potuta spezzare così rapidamente in poco tempo. Ma purtroppo così è andata. E ora non resta che sperare che almeno uno dei registi chiamati a sostituirlo (già, sono più di uno) possano contribuire ad innalzare ulteriormente il livello qualitativo di una delle migliori serie degli ultimi tempi.

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