Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Verso Squadra Mobile 2. Un bilancio della prima stagione: la realtà è più vicina di quel che sembra

squadra-mobile-bannerCartelle esattoriali, campi rom, giovani musulmane lapidate, familiari di presunti dissidenti da rimpatriare. E ancora aggressioni con l’acido, cyber-bullismo, stalking, pedofilia. Sintonizzarsi su Squadra Mobile (stasera l’ultima puntata su Canale 5) è come sfogliare un quotidiano o guardare un telegiornale. Vi si ritrovano tutti i fatti di cronaca più discussi degli ultimi anni.

Impossibile non accorgersene se Equitalia diventa semplicemente Equitas. O non ricordare la vicenda di Alma Shalabayeva, quando Ardenzi si deve occupare della moglie e della figlia di un ricercato internazionale, per i quali arriverà a scontrarsi con i servizi segreti di un non meglio specificato Paese estero. E ancora i casi di aggressioni con l’acido di cui si è parlato per settimane su giornali e in tv.

Molte altre serie poliziesche si ispirano a fatti realmente accaduti. Ma in Squadra Mobile il riferimento, più che essere “puramente casuale”, è abbastanza esplicito: basta solo guardarsi attorno, leggere un quotidiano o ascoltare un tg per coglierlo. E attraverso i personaggi della serie, talvolta, emerge anche una timida presa di posizione di fronte a certe situazioni. Come nell’episodio di lunedì scorso, quando Ardenzi, davanti al responsabile di Equitas, fantomatica agenzia di riscossione delle tasse, cerca di difendere un padre che minaccia di suicidarsi coi suoi due figli per non riuscire più a pagare le cartelle sempre più pesanti.

Più che autori o sceneggiatori, il vero capo-progetto di Squadra Mobile è quindi la realtà, capace di superare con la sua imprevedibilità e le sue bizzarrie anche la mente più creativa. Una realtà talvolta benevola, ma ultimamente molto dura, spiazzante, lontanissima dall’universo rassicurante che la fiction italiana è solita rappresentare.

Ben venga quindi che qualcosa si smuova anche sulla generalista e che finalmente qualche serie provi a inoltrarsi in quello “scomodo” terreno al momento esplorato in gran parte da Sky con serie come Gomorra o Romanzo Criminale e in minor misura da Mediaset, sempre con la TaoDue, con le fiction Il clan dei camorristi o Il capo dei capi. Ben venga che non siano solo le epopee criminali a venir raccontate in maniera così cruda, ma anche le difficoltà nell’integrazione tra culture diverse, gli amori malati, lo sfruttamento del lavoro, la disperazione della povertà, la corruzione negli apparati pubblici e tutte le altre piaghe sociali che lentamente uccidono il Paese. Quelle realtà con cui ci scontriamo quotidianamente o sfioriamo solamente leggendole sui quotidiani o guardando la tv.

E non bisogna preoccuparsi, come sostiene qualcuno in rete, che Squadra Mobile possa dare una cattiva immagine della polizia al pubblico con la storia di Sabatini, agente corrotto, cocainomane e assassino: la mela marcia tra le buone. Perché nel contrasto, la cattiveria di certe scene e la crudezza con cui sono stati raccontati alcuni fatti hanno fatto risaltare ancora di più l’utilità delle forze dell’ordine, le difficoltà del mestiere, il coraggio, la fatica e lo spirito di sacrificio che gli agenti mettono quotidianamente a servizio della comunità. La realtà, dura e difficile, è infatti molto più vicina a quella di Squadra Mobile che a quella rappresentata in molte altre fiction, di certo rassicuranti ma molto meno credibili.

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