Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Capaci, 23 anni dopo: l’esempio di Giovanni Falcone e quell’assurdo “attentatuni” raccontati dalla tv

download (1)Orgoglioso di essere italiano. Orgoglioso, perché italiani erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, Peppino Impastato, Giancarlo Siani e tutti gli altri, uomini dello Stato e civili, morti in nome degli ideali in cui credevano. Quelli della giustizia, della legalità, della lotta a ogni forma di sopruso e di violenza, della battaglia contro ogni tipo di mafia.

Avevo solo tre anni il 23 maggio 1992. Pochi per capire l’importanza di quelle edizioni straordinarie dei telegiornali che mi impedivano di continuare a vedere la tv, del continuo parlare dei grandi su un fatto accaduto così lontano da casa mia, a persone che neanche conoscevo. Poi crescendo, più involontariamente che volontariamente, mi sono scontrato con la figura di quel grande magistrato dalla capacità investigativa fuori dal comune che ventitre anni fa, in un caldo pomeriggio di fine maggio, ha trovato la morte assieme alla moglie e a tre uomini della scorta su un tratto dell’autostrada A29, nei pressi di Capaci.

Sapeva che prima o poi sarebbe successo, sapeva che per sconfiggere il nemico avrebbe dovuto imparare a convivere con la paura, sapeva che per quella sua irrefrenabile sete di verità avrebbe messo in pericolo la vita di chi gli stava accanto. E questo avrebbe comportato il sacrificio di una vita normale per una sotto scorta. Una vita di rinunce, senza figli, perché dei bambini non potrebbero né dovrebbero vivere così. Eppure non si è fermato, nel nome della giustizia, nelgiovanni_falcone1 nome di quello Stato da cui, a un certo punto, si è sentito abbandonato.

In tv documentari, programmi d’approfondimento e fiction hanno provato a raccontare quegli anni di lotte e battaglie. L’attentatuni, Il Capo dei Capi, Paolo Borsellino, I 57 giorni. Tra le tante che rimangono impresse ce n’è una, tratta da Giovanni Falcone – L’Uomo che sfidò Cosa Nostra del 2005. Falcone, interpretato da Massimo Dapporto, porta la compagna Francesca Morvillo (Elena Sofia Ricci) a Corleone; ferma la macchina nella piazzetta e guardandola negli occhi le indica un bar poco distante. “Ecco io, se facessi quei pochi passi per arrivare al bar potrei essere ucciso” le dice facendole capire cosa avrebbe significato vivergli accanto. Poi entrano nel bar, mentre la tv trasmette le immagini dell’omicidio di Rocco Chinnici in una via di Palermo. Finzione, ma in quella scena ho ritrovato il Falcone del libro Cose di Cosa Nostra: il magistrato impeccabile, con un incredibile modo di ragionare e di muoversi, e l’uomo coraggioso, fortemente determinato nel perseguire i valori della democrazia e della legalità a ogni costo, anche a quello della propria vita.

esterne271857002709185811_bigE c’è un film-tv, trasmesso da La 7 nel 2012, a 20 anni dalla strage di Capaci, Vi perdono ma inginocchiatevi, proprio come le parole pronunciate durante i funerali dalla vedova di Vito Schifani, uno dei tre agenti della scorta morti nell’attentato assieme ad Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime silenziose che non meritano di essere dimenticate.

A volte andiamo a cercare eroi in film, libri, serie tv senza accorgerci che gli eroi non esistono. Abbiamo accanto persone normali, che la realtà ci mostra quotidianamente, senza mantelli né superpoteri ma in divisa o in giacca e cravatta, che solamente con la forza del coraggio e lo spirito di sacrificio riescono a sconfiggere nemici ben più potenti come le mafie e abbattere muri giganteschi come quello dell’omertà. Basterebbe solo accorgersene.

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