Il TeleDipendente

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The Voice, il talent 1.0 – Recensione dei live

chiara-iezzi-the-voice-of-italy-1Sintonizzarsi su RaiDue il mercoledì sera, guardare il calendario e chiedersi: ma siamo sicuri di essere nel 2015?

A guardare i live di The Voice sembra infatti che l’era 2.0 debba ancora arrivare. Si ritorna alle origini del talent, alle prime stagioni di Amici o all’unica, indimenticabile edizione di Operazione Trionfo. Era il lontano 2002 e, presentati da Miguel Bosé, dodici ragazzi provenienti da tutta Italia, aspiranti stelle della musica, si sfidavano su Italia 1 a colpi di cover  per diventare “il nuovo Ramazzotti e la nuova Pausini“. E non è un caso se quell’unica edizione del programma sfornò proprio il futuro conduttore di The Voice Federico Russo, l’unico tra i concorrenti a essersi ritagliato a distanza di anni un ruolo nello spettacolo, non come cantante ma come conduttore brillante e capace.

Non c’erano ancora allestimenti scenici, né grandi spettacolarizzazioni: il concorrente, la sua voce, la base della cover e un microfono bastavano a infuocare gli animi del pubblico. Al massimo giochi di luce sul palco o l’accenno di qualche piccola coreografia in accompagnamento alla canzone. Quella era l’esibizione.

Poi negli anni, con l’arrivo di altri talent, X Factor in primis, la spettacolarizzazione delle performance è diventato il terreno di scontro per cercare di distinguersi nel mare dei talent che affollano i palinsesti tv. Quella del direttore artistico, Luca Tommassini o Giuliano Peparini per citarne due, è diventata una figura indispensabile in questi programmi. Almeno nei più importanti. E non sono da meno i riarrangiamenti delle cover, fondamentali nel rivestire la performance di una sensazione di “novità”, allineandola al vestito artistico (e al percorso) che il coach staimages cucendo addosso al concorrente che la esegue.

Ecco, tutto questo a The Voice manca. E il livello delle performance sembra non essere all’altezza di quelle a cui ci stanno abituando altri talent. Ci si prova, ma gli esiti non sono sempre positivi come nel caso di Alessia Labate del team Fach: una ragazzina piena di potenziale penalizzata al televoto da una rivisitazione di “Dimentico tutto” di Emma davvero poco efficace.

Anche il tentativo di costruire un impianto coreografico e scenografico, davvero minimo, attorno all’esibizione, dà l’impressione di essere poco studiato e alquanto improvvisato. Probabilmente perché si vuole concentrare tutta l’attenzione esclusivamente sulla voce, come richiederebbe il format.

Ma che l’effetto “anacronismo” sia dietro l’angolo è sottolineato anche da altri aspetti. Ad esempio il rigido meccanismo di selezione e di costruzione della puntata dei live, divisa in blocchi, uno a team, denuncia una certa ripetitività e non lascia spazio a quell’imprevedibilità che, negli ultimi anni, il pubblico ha dimostrato di apprezzare sempre di più (si veda Amici).

E ancora proprio come nei talent di inizio secolo, polemiche o liti sembrano non essere di casa. Il conduttore, probabilmente per ragioni di tempo (venti esibizioni sono tante), in molti casi dà la parola solo al coach capo-squadra. Ne escono, come ovvio, tanti complimenti (e si evitano così tele-risse tra giudici) ma di sicuro alla crescita dei concorrenti più che un “bravo!”contribuirebbe una buona critica costruttiva. E questa, per ovvie ragioni di campanilismo, è più facile che arrivi dai coach avversari che dal team-leader dell’aspirante cantante.

Venti esibizioni per venti concorrenti, quelli arrivati alla prima puntata dei live. Tanti, troppi se si considerano che downloadsono solo cinque le puntate, finale inclusa, di questa ultima fase. Cinque prime time senza neanche una striscia in day-time è davvero troppo poco tempo per conoscere venti aspiranti pop-star che, si presume, al termine di questa avventura vogliano vendere cd e scalare le classifiche. Gli rvm di presentazione e un’esibizione a sera persa nel mare di molte altre performance non bastano al pubblico per inquadrare la personalità del singolo talento, capire il percorso che sta affrontando nel talent e coglierne gli eventuali miglioramenti. O per riuscire ad attribuire a ogni concorrente un’identità precisa in base al suo potenziale, ai punti di forza e alle sue peculiarità e magari ipotizzarne una possibile collocazione all’interno del mercato discografico.

Solo così il talento può dirsi focalizzato a 360 gradi. Ecco perché sarà difficile trovare il successore di suor Cristina: va ammesso che il velo, fin dalla sua prima performance, le ha permesso di distinguersi dagli altri concorrenti e di essere riconoscibile per i telespettatori fin da subito. Le visualizzazioni su YouTube (e le polemiche) hanno fatto il resto. Ma difficilmente un exploit come il suo sarà ripetibile a The Voice. Eppure il potenziale c’è e quest’anno risponde al nome di Sarah Jane Olog (ex Amici), Sara Vita (anche se l’assegnazione piuttosto sbagliata di J-Ax, Kobra della Rettore non l’ha di certo avvantaggiata), Ira Green, Marco De Vincentiis, Andrea Orchi, Alessandra Salerno o Mariané. Va solo coltivato meglio.

E allora non ci sarà più bisogno di fare un tatuaggio in diretta a Francesco Facchinetti per far parlare del programma.

 

 

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Un commento su “The Voice, il talent 1.0 – Recensione dei live

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