Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

L’analisi. Americano: tanto talent, poco giornalismo

thumber«Il giornalismo non si impara, si fa». Lo dice L’Oriana di Marco Turco nella fiction dedicata alla vita di una delle giornaliste più capaci del panorama italiano andata in onda a inizio febbraio.

E chissà cosa direbbe la Fallaci oggi se, mossa da un po’ di curiosità, si sintonizzasse su Agon Channel e incappasse in Americano! Il primo sulla notizia. Un talent sul giornalismo, mutuato dalla versione albanese in cui capeggiava Alessio Vinci. Spiati dalle telecamere in una redazione-bunker, alcuni aspiranti giornalisti, più o meno giovani, si sfidano quotidianamente tra servizi, collegamenti fittizi in diretta e realizzazione di tg o altri programmi di informazione per strappare un contratto ad Agon Channel.

Paradossalmente questa combine di talent e giornalismo si sta rivelando l’opposto di quanto ci si potesse aspettare almeno inizialmente. E l’idea della scuola di giornalismo sembra sempre più asservita alle dinamiche da reality. Se nella prima fase del programma, quella dei casting, prevalevano i consigli sul buon giornalismo (ovviamente soggettivi, perché il giornalismo non può essere oggettivo) dei giurati Tommaso Mattei, Giorgia Orlandi e Giancarlo Padovan agli aspiranti concorrenti, nella seconda fase di gara ora in onda è tutta una nomination, un daytime, una prova ad eliminazione. Più che il lavoro dei cronisti la nuova giuria composta da Eric Joszef, Malcom Pagani e Flavia Perina si presta a commentare le liti tra il caporedattore e la redazione oppure le simpatie e le antipatie personali. Insomma l’aspetto del reality prevale sul talent, un po’ come accadeva qualche anno fa ad Amici con le liti tra insegnante e allieva per un collo del piede imperfetto.

E allora, se l’intento è cavalcare questa strada, perché non far condurre il programma a un presentatore abile in questo piuttosto che a un giornalista impettito e abituato a dare notizie dietro un bancone? Nulla contro Mattei, ma quel ruolo gli è inadeguato: va bene come coach, un po’ come la Orlandi, ma condurre un talent show richiede capacità e sensibilità diverse. Anticipare le dinamiche di gruppo che si creano tra i concorrenti, trasmetterle allo spettatore, coinvolgerlo nei sogni e nelle emozioni degli aspiranti talenti: ci vuole calore, cuore e un pizzico di razionalità. È questo che manca a Mattei, capacissimo nel condurre tg e programmi di informazione proprio grazie alla sua impostazione giornalistica, più fredda e razionale, ma visibilmente inadatto nel presentare talent o programmi di intrattenimento.

D’altronde rivolgersi ai concorrenti con domande asettiche sulle loro emozioni non può essere sufficiente. E lodarsi trasmettendo in diretta le mail dei telespettatori o dei concorrenti scartati in passato in cui scrivono per complimentarsi con lo staff del programma fa tanto tv provinciale e poco Americano.

Insomma sembra che l’Americano badi più alla confezione del programma che all’obiettivo principale, insegnare giornalismo, tanto che gli stessi giurati lamentano la mancanza di originalità nei servizi fatti dai concorrenti, di inchieste o interviste realizzate da loro per poterli personalizzare e far emergere le loro peculiarità. Ma forse aveva proprio ragione l’Oriana: “il giornalismo non si impara, si fa”.

 

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