Il TeleDipendente

La televisione è come la storia: c'è chi la fa e chi la subisce. (Fabrizio De André)

Braccialetti Rossi 2, recensione: un fenomeno da preservare

imagesUn filo sottile lega vita e morte. Difficile provare a raccontarlo, che si tratti di un libro, di un film o di una serie: il rischio di cadere nel pietismo o nel banale è sempre in agguato. La sensibilità non basta; ci vuole quel giusto distacco emotivo per riuscire a essere realistici e  inquadrare bene quello che si vuole raccontare pur non avendolo vissuto, perché per capire certe situazioni bisogna esserci dentro.

È stata questa la formula del successo di Braccialetti Rossi, la fiction di Rai1 di cui ieri sera è partita la seconda stagione. Il produttore Carlo Degli Esposti, il regista Giacomo Campiotti e i giovani attori, quasi tutti esordienti, nonostante l’ovvia difficoltà nell’approcciare queste tematiche, sono riusciti a regalare una rappresentazione nuova, pulita da stereotipi e banalità, dei diversi modi attraverso cui bambini e adolescenti convivono con la loro malattia. Lacrime e sorrisi, vita e morte si fondono nel racconto alternandosi continuamente: si gioisce per la guarigione di Vale, si piange per la morte di Davide, si torna a sorridere per il risveglio di Rocco per poi commuoversi quando quasi tutti, guariti, lasciano l’ospedale. Un meccanismo che permette allo spettatore di affezionarsi a questi ragazzi, perché accade proprio come nella nostra quotidianità dove felicità e tristezza si succedono in continuazione regalandoci prima gioie e subito dopo pianti.

La colonna sonora pop, le suggestive ambientazioni pugliesi impreziosite da un’ottima fotografia, le interpretazioni intense di attori piccoli e adulti (quella di Carlotta Natoli ineccepibile) hanno fatto il resto. E la serie è diventata un vero e proprio fenomeno tra gli adolescenti, ma soprattutto tra quei ragazzi che con quelle malattie ci combattono realmente ogni giorno.

Buona la prima, la seconda stagione avrebbe potuto correre il rischio di non essere all’altezza della prima e soffrire gli effetti di questa immensa popolarità: una minor cura nella realizzazione finale del prodotto, interpreti più svogliati, storie indirizzate prevalentemente a inseguire il filone del teen drama (più facili da scrivere per gli autori) e improntate fondamentalmente su amori e gelosie adolescenziali ridimensionando l’aspetto principale della serie, quello del rapporto con la malattia. Pericoli in parte scongiurati, almeno a giudicare da questa prima puntata.braccialetti-rossi-fiction

Sono bastati pochi minuti perché si ricreasse quella magica atmosfera che ha connotato la prima serie facendola entrare nel cuore di milioni di spettatori: si gioisce per Leo che finalmente può uscire dall’ospedale e un secondo dopo si comincia a piangere perché gli hanno trovato un’altra forma tumorale e rischia nuovamente la vita.

La formula di successo resta la stessa della prima serie: l’importanza della colonna sonora per  sottolineare gli snodi principali della storia, la fotografia ancor più buona a evidenziare panorami mozzafiato e interpretazioni all’altezza delle tematiche raccontate.

In questa nuova serie l’attenzione si sposta fuori dall’ospedale, nelle scuole e nelle case dei ragazzi che hanno lasciato la struttura al termine della prima stagione. È l’occasione per affrontare nuovi temi, come il difficile ritorno alla quotidianità dopo la malattia, e per aprire nuovi capitoli nella vita di ogni braccialetto. Mai come ora le loro strade sono divise, ma di sicuro torneranno a riunirsi al più presto. E forse il gruppo si aprirà anche a nuovi ingressi che, come nel più classico dei racconti, sconvolgeranno gli equilibri. New entries a cui nella prima puntata è stato dato poco spazio, preferendo privilegiare le vicende dei braccialetti già famosi.

Il ritorno di Davide in veste di angelo con lo stesso caratteraccio che tanto piace alle sue fan aggiunge un tocco di delicatezza alla trama. Certo, alcuni momenti scontati ci sono stati (la reciproca gelosia di Leo e Cris con litigata e conseguente riappacificazione ha il sapore del “già visto” così come i battibecchi tra Vale e la madre troppo apprensiva) ma il regista Campiotti riesce, almeno per il momento, a restare in equilibrio senza sprofondare eccessivamente nel sensazionalismo dimostrando di essere stato capace di salvaguardare quelle doti indispensabili per poter raccontare in modo realistico il sottile filo che lega la vita alla morte.

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